Il Festival dell’Innovazione dei Life Science Excellence Awards nasce per fare una cosa che, a parole, sembrerebbe facile: far incontrare l’innovazione con le regole che la rendono davvero accessibile. Nella pratica, però, è qui che si concentra il vero scontro: perché una terapia può essere rivoluzionaria, ma se i tempi si allungano, se i criteri non riescono a leggerne il valore nel tempo e se il sistema resta organizzato per un’innovazione “di ieri”, la promessa rischia di spegnersi prima di arrivare al paziente.
Il Talk 1 parte proprio da questo frame e lo mette in mano a quattro protagonisti abituati a misurarsi con il tema dell’accesso ogni giorno: Fulvio Berardo, General Manager Astellas Pharma, Antonio Biroccio, Presidente e Amministratore Delegato GSK Italia, Jacopo Murzi, Amministratore Delegato Johnson & Johnson Innovative Medicine e Nedem Pipic, Presidente e Amministratore Delegato di Boehringer Ingelheim. L’idea che attraversa tutto il confronto è semplice da enunciare e difficilissima da implementare: non basta portare l’innovazione sul mercato, bisogna farla reggere nel tempo. E per farlo servono regole chiare su valore, misurazione e sostenibilità.
Dal breakthrough alla “prova” del valore: l’evidenza non finisce con l’autorizzazione
Nelle prime battute emerge una consapevolezza condivisa: il dato “registrativo” resta centrale, ma oggi non è più sufficiente a rispondere alle domande che contano per il sistema. L’innovazione entra in percorsi complessi, impatta sull’organizzazione, cambia i consumi di risorse, modifica la qualità di vita. In altre parole: il valore non sta solo nel punto d’arrivo della sperimentazione, ma in ciò che succede dopo, quando una cura diventa pratica.
È in questo senso che si parla di un’evidenza che deve accompagnare la terapia lungo tutto il suo ciclo di vita: dati del mondo reale, esiti percepiti dal paziente, qualità di vita, impatti sociali e budget impact. Non per moltiplicare report, ma per ridurre l’incertezza e dare a chi decide strumenti concreti.
Il tema che brucia: il tempo
Se il valore è una traiettoria, la variabile che oggi pesa più di tutte è il tempo di accesso. Nel talk viene ricordato che il sistema italiano di valutazione ha solidità e struttura, ma negli ultimi anni si avverte una difficoltà crescente a portare l’innovazione ai pazienti con la velocità richiesta dal bisogno. Il numero citato è quello che fa sempre rumore perché traduce un processo in esperienza: l’accesso può arrivare 16–18 mesi dopo l’approvazione europea. E ogni mese in più non è un dettaglio tecnico: è un pezzo di inequità che si deposita sulle persone e, in prospettiva, anche sulla capacità del Paese di restare competitivo.
L’innovazione come investimento, ma i conti si fanno “nell’anno”
A un certo punto il confronto cambia prospettiva e mette a fuoco un cortocircuito culturale: tutti dicono che l’innovazione è un investimento, ma molti meccanismi di valutazione e di spesa la trattano come una voce di costo nell’esercizio dell’anno. È qui che la discussione sulle terapie breakthrough diventa più tagliente: se un trattamento cambia la storia di una malattia, il suo valore non sta solo nel prezzo, ma nel tempo guadagnato, nelle terapie evitate, nella vita restituita. E se continui a misurarlo con la stessa lente con cui misuri una spesa ordinaria, finisci per rallentare proprio ciò che dovrebbe accelerare.
In questo passaggio emerge anche un altro paradosso: i dati ci sono, spesso da decenni — registri, flussi, database amministrativi — ma troppo spesso non diventano conoscenza utile, non vengono messi a sistema, non vengono valorizzati. Il talk lo dice con una formula che è quasi uno slogan, ma qui serve a descrivere un problema reale: data is the new gold. Solo che un oro chiuso in cassaforte non paga nessuna cura.
Cronicità e percorsi: il valore non vive nell’istantanea del budget
Quando il discorso si sposta sulla cronicità, il tema della sostenibilità prende una forma più concreta. In molte aree terapeutiche, il valore non sta solo nel “curare”, ma nel cambiare l’intero percorso: aderenza, ospedalizzazioni evitate, qualità di vita, impatto sulle famiglie. E, prima ancora, viene ricordato cosa significa innovare per davvero: tempi lunghi, investimenti enormi, un rischio altissimo. È una premessa che non vuole chiedere indulgenza, ma mettere ordine nelle aspettative: se l’innovazione richiede anni e miliardi prima di arrivare al paziente, allora anche la valutazione del suo valore deve avere un orizzonte coerente con la realtà.
La metafora che accende il talk: la busta della spesa che si strappa
Il momento più narrativo del confronto arriva con una scena quotidiana, di quelle che funzionano perché chiunque se le può immaginare. Il supermercato, la spesa, la coda dietro, una confezione “squadrata” e tagliente che mette in crisi l’equilibrio del sacchetto. Poi, inevitabile, la busta che si strappa.
È la metafora scelta per dire una cosa semplice: stiamo cercando di far entrare l’innovazione di oggi in un contenitore pensato per un’innovazione diversa. E quando l’innovazione diventa davvero dirompente — terapie cellulari, medicina personalizzata, nuove piattaforme — pretendere che il sistema non cambi è come chiedere a un sacchetto leggero di reggere un carico per cui non è nato.
Da quella immagine si passa al concreto: la priorità è non scaricare sui pazienti il peso dei tempi. E il talk cita un confronto che colpisce per la sua crudezza, perché trasforma l’accesso in geografia: un paziente che nasce a Monaco di Baviera può avere una terapia oncologica in 97 giorni medi dall’approvazione europea, mentre in Italia si arriva a 423 giorni. È un modo per dire che i tempi non sono neutrali: diventano differenze di prognosi, di prospettiva, di speranza.
Outcome-based, rateizzazioni, rischio condiviso: riportare spesa e valore sulla stessa linea
Se l’innovazione “pesa” oggi e “rende” nel tempo, allora il talk propone di far dialogare spesa e valore con strumenti più coerenti. Modelli outcome-based, valutazione che continua nel mondo reale, meccanismi di condivisione del rischio, fino a logiche di rateizzazione quando la terapia ha un impatto iniziale alto ma un beneficio che si dispiega negli anni. Non come eccezioni, ma come soluzioni razionali per non far saltare il sistema proprio nel momento in cui l’innovazione potrebbe renderlo più sostenibile.
Prevenzione e fine dei silos: il valore che non si vede nel conto di un reparto
La discussione poi si allarga alla prevenzione, e qui il punto non è “fare di più”, ma fare meglio. Se l’invecchiamento e la cronicità sono la pressione costante sul sistema, la prevenzione diventa un pezzo di sostenibilità: si citano stime secondo cui vaccinare gli over 65 con strategie di vaccinazione dell’adulto potrebbe generare risparmi importanti, liberando risorse da reinvestire. È la classica misura il cui valore si vede “dopo”, e proprio per questo rischia di essere penalizzata da un sistema che ragiona per capitoli di spesa separati.
In questa chiave emerge un messaggio trasversale: serve superare logiche a silos, perché il valore dell’innovazione spesso non si manifesta dove la spesa viene imputata. E se la valutazione resta chiusa in compartimenti stagni, anche ciò che funziona fatica a dimostrare di funzionare.
Il caso simbolo: una terapia, cinque anni liberi da trattamento
Per rendere concreto cosa significa “breakthrough”, nel talk viene citato un esempio che sposta la percezione: una terapia CAR-T che, in una patologia ematologica altrimenti letale, con una sola somministrazione consente cinque anni e oltre liberi da terapia, fino a “cronicizzare” ciò che prima era fatale. Qui il nodo non è celebrativo: è contabile e organizzativo. Se quel valore resta schiacciato nel costo dell’anno, l’accesso rallenta. E quando l’accesso rallenta, accade ciò che non dovrebbe accadere: pazienti che cercano altrove ciò che dovrebbe essere disponibile qui.
La chiusura: la “tempesta perfetta” e una regola pratica
Nel finale, il talk mette in fila lo scenario che tutti vedono arrivare: più anziani, più cronicità, meno natalità, più innovazione e un contesto globale competitivo. Una tempesta perfetta che non si governa con un solo intervento tecnico. E qui arriva una regola pratica che suona quasi come un manifesto operativo: “accesso prima, misurazione dopo”. Far arrivare le cure, e poi misurarne l’impatto con dati reali nel tempo, perché è lì che il valore si chiarisce davvero.
Alla fine, il messaggio resta in piedi senza bisogno di slogan: innovazione e sostenibilità non sono opposti. Lo diventano solo quando si pretende che l’innovazione di oggi entri, senza adattamenti, nei contenitori di ieri. Se la “busta” deve reggere, allora va resa più resistente: regole che guardano al valore nel tempo, dati che diventano conoscenza, e un sistema che non faccia pagare ai pazienti il prezzo della lentezza.
